Il rinnovo del contratto del Comparto Sicurezza e Difesa per il triennio 2025-2027 è ormai una realtà. Da ore assistiamo ad un susseguirsi di comunicati, proclami e rivendicazioni che cercano di trasformare una delle pagine economicamente più deludenti degli ultimi anni in una presunta vittoria, oppure, all’opposto, in un’improvvisa scoperta della dignità perduta.
La verità è una sola: i Carabinieri meritavano di più.
Non ci interessa alimentare tifoserie sindacali. Ci interessa raccontare i fatti.
LA MASCHERA DELLA RESPONSABILITÀ
Le organizzazioni che hanno sottoscritto l’accordo rivendicano di aver compiuto un atto di responsabilità. Sostengono che firmare fosse necessario per garantire risorse immediate, evitare ulteriori rinvii e mantenere aperto il confronto con il Governo. È una posizione legittima.
Ma resta una domanda che ogni Carabiniere dovrebbe porsi: responsabilità verso chi?
Verso il personale che da anni perde potere d’acquisto oppure verso l’esigenza di chiudere comunque un accordo?
Perché la responsabilità non può diventare il paravento dietro cui giustificare un contratto che, sotto il profilo economico, non restituisce quanto l’inflazione ha sottratto negli ultimi anni. Chi firma ha tutto il diritto di spiegare la propria scelta. Ma ha anche il dovere di assumersene fino in fondo la responsabilità politica e sindacale, senza raccontare ai colleghi che questo rappresenti una svolta storica. I numeri raccontano una realtà diversa.
LA COERENZA NON NASCE IL GIORNO DELLA FIRMA
Dall’altra parte troviamo chi oggi afferma che “la dignità non si baratta con cento euro”, che il contratto è offensivo e che non andava sottoscritto. Parole che, considerate isolatamente, possono anche essere condivisibili.
Ma la memoria dei Carabinieri non può fermarsi agli ultimi giorni. Molte di queste stesse organizzazioni, fino a poche settimane fa, sedevano agli stessi tavoli negoziali, definivano il confronto costruttivo, ringraziavano pubblicamente la Funzione Pubblica e lasciavano intendere che il percorso stesse producendo risultati.
Oggi il racconto cambia radicalmente.
È una scelta che ogni collega valuterà liberamente. Per il SIC la coerenza non può iniziare il giorno in cui diventa conveniente prendere le distanze da un accordo ormai sottoscritto.
LA MANIFESTAZIONE DEL 18 LUGLIO
Il SIC guarda con rispetto ai colleghi che il 18 luglio manifesteranno il proprio dissenso. La rabbia del personale è autentica e merita rispetto.
Tuttavia, non possiamo ignorare un dato oggettivo: la mobilitazione arriva quando il contratto è già stato sottoscritto. Le manifestazioni rappresentano uno strumento democratico e legittimo, ma la forza di un’organizzazione sindacale si misura soprattutto durante la trattativa, quando le decisioni possono ancora essere influenzate. Manifestare a giochi chiusi rischia inevitabilmente di avere un valore prevalentemente simbolico. La vera fermezza si dimostra prima della firma.
LE PROMESSE FUTURE NON PAGANO LE BOLLETTE DI OGGI
Tra gli argomenti utilizzati per giustificare la firma ricorre l’apertura di futuri tavoli tecnici sulla previdenza, sulla specificità e su altre materie. Sono temi importanti.
Ma i Carabinieri hanno imparato, in oltre trent’anni, che tra l’annuncio di un tavolo e l’arrivo di risorse concrete esiste spesso una distanza enorme. Le famiglie dei militari non vivono di promesse. Vivono di stipendi. Di mutui. Di bollette. Di sacrifici quotidiani. Ed è su questo terreno che il contratto continua a mostrare tutti i propri limiti.
LA POSIZIONE DEL SIC
Il SIC non utilizzerà questa vicenda per fare propaganda. Non diremo mai che un contratto insufficiente sia una vittoria. Ma non diremo neppure che basti indignarsi dopo la firma per cancellare mesi di scelte politiche e sindacali.
Noi crediamo che un sindacato debba essere coerente dall’inizio alla fine. Debba dire la verità ai colleghi anche quando è scomoda. Debba avere il coraggio di criticare chi firma senza risultati adeguati, ma anche chi scopre l’opposizione soltanto quando il contratto è ormai definitivo. I Carabinieri meritano molto di più di questa sterile contrapposizione. Meritano organizzazioni sindacali che mettano al centro esclusivamente i loro interessi.
LA NOSTRA CONCLUSIONE
Il Carabiniere non ha perso. Ogni giorno continua a servire lo Stato con disciplina, sacrificio e senso del dovere.
A perdere sono stati altri. Ha perso una politica che non è stata capace di riconoscere concretamente il valore delle donne e degli uomini dell’Arma. Hanno perso quei sindacati che, tra firme e proteste tardive, hanno finito per dividersi invece di presentarsi uniti nell’interesse dei Carabinieri.
Il Carabiniere non è il perdente di questa vicenda. È chi aveva il dovere di rappresentarlo che oggi deve interrogarsi sui risultati raggiunti.
Il SIC continuerà a stare da una sola parte: quella dei Carabinieri. Sempre.
La Segreteria Generale Nazionale
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